Il piccolo partigiano.

31 Dicembre 2023

Il parco davanti casa è bellissimo. Quando stavo a casa mia bramavo uno spazio verde così con le panchine, l’area giochi per i bimbi, la zona per la libertà dei cani, lo spazio picnic e grandi zone d’ombra. Ci sarei andata a leggere, a scrivere e a passeggiare con la mia Milù.

Nel posto in cui sono nata, quello giù in basso nello stivale, da cui sono dovuta andare via, non solo non esistono aree verdi come questa ma, al contrario, c’è una concentrazione di cemento tale da far dubitare sulla reale utilità dell’essere umano.

Non avrei mai lasciato il nido di mia iniziativa, ma questa cittadina adagiata tra le valli delle Alpi Venete è stata l’unica in cui il locale quotidiano mi offriva una collaborazione come articolista per un anno intero: certo l’idea di occuparmi di cronaca nera, annunci mortuari e comunicazioni di servizio (matrimoni, battesimi, attività per le festività del Santo Patrono) non era proprio quello che avevo in mente quando presi la laurea in comunicazione e giornalismo, ma avrei finalmente fatto un’esperienza di lavoro e con il compenso avrei spedito pure qualcosa a casa. La lontananza dagli affetti è l’aspetto che avevo sottovalutato o, forse, quello a cui non avevo voluto pensare, e questo polmone verde è l’unica cosa che rallegra la mia esistenza qui. Tanto che al ritorno dall’ultima vacanza giù ho portato con me il mio Labrador Milù sia per alleggerire mio marito da una incombenza domestica sia per sentirmi meno sola.

Tutti i pomeriggi, tranne quando diluvia o la neve è troppo alta e il ghiaccio sulle strade le rende viscide, vengo qui per lavorare, leggere il libro del mese o guardare un film sul portatile. Questo giardino ha una bella forma ottagonale al cui centro è posta una fontana, larga quattro metri e profonda non più di uno, anch’essa di forma ottagonale, sormontata da un delfino dalla cui bocca la sera zampilla un fiotto di acqua che cambia colore ad intermittenza ed arricchisce l’atmosfera di caldo romanticismo. Anche quando il delfino è a riposo la vasca è sempre piena per almeno ottanta centimetri tanto che dentro ci vivono beate alcune carpe argentate. Lungo i viali alberati, che costituiscono i lati dell’ottagono, sono allineate tante panche ombreggiate da salici piangenti, pini, thuje e odorose acacie che custodiscono storie e segreti di chi su quelle panche ci passa una intera vita.  

La panchina su cui solitamente staziono si trova sotto una grande acacia così anche nelle ore estive più calde è sempre in ombra: appena esco dal giornale, in genere alle quattordici, salgo in fretta le due rampe di scala che conducono al mio monovanopiùbagno, indosso abiti comodi, afferro Milù con pettorina e guinzaglio e con passo forsennato mi dirigo al giardino pubblico con pensieri di romantica nostalgia per la testa. Un pomeriggio di tarda primavera di un anno fa, varcai di fretta il cancello con il pensiero di godermi l’aria tiepida e un po’ di pace. La mia solita postazione, che sta proprio di rimpetto alla fontana, era già occupata e individuata un’altra poco distante, mi ci fiondai sopra constatando però solo dopo essermi seduta che all’altra estremità vi era seduto un uomo: capelli e barba bianchi, lineamenti nordici, portamento austero stava immerso nella lettura riparato da un capello scozzese alla Sean Connery e con la mano destra penzoloni accarezzava la testa del suo Golden Retriver che sonnecchiava ai suoi piedi. Mi alzai e piantandomi davanti a lui attirai la sua attenzione con un colpo di tosse. Avevo così tanta premura di stravaccarmi che anziché perdere tempo a parlargli con un cenno del capo lo salutai e con una rotazione del mento verso destra indicai l’altro capo della panca per chiedergli se fosse libera. La sua risposta sonora fu: “Prego signora si accomodi pure” – “Oh mi scusi. La ringrazio” mi giustificai io. Con Milù accanto che ogni tanto guaiva verso l’altezzoso Golden mi immersi nell’ascolto di un podcast, già iniziato durante il tragitto da casa, che raccontava la storia di un bambino che a soli undici anni era divenuto improvvisamente un soldato prendendo il posto del padre nella Resistenza. Come faccio solitamente, bloccai l’ascolto più volte per andare a cercare sul web le informazioni che l’uomo e il giornalista fornivano durante l’intervista. Trovai diversi articoli che parlavano di questa storia nonché tante foto recenti del suo protagonista. Su quelle fissai il mio sguardo, poi lo alzai verso il cielo come a cercarvi la risposta al mio quesito, dove avevo già visto quel viso che mi era sembrato subito familiare? Quando realizzai che quelle fattezze appartenevano all’uomo con cui avevo appena interagito mi alzai di scatto per stringergli la mano ma l’occhio mi cadde sull’articolo successivo: “La città di Brugio piange Pietro Banni il bambino partigiano del 1943”. Com’era possibile che quell’uomo che stava sulla panchina a pochi passi da me, vivo e in buona salute, fosse morto e già da un anno? Entrai in uno stato tale di confusione e stupore che mi incartai nelle mie stesse gambe e finii in ginocchio davanti a Milù che iniziò a leccarmi il viso. Meglio, così nascondevo le lacrime che tradivano un misto di vergogna, dolore fisico e paura per un fantasma che credevo di avere davanti. Quella notte a casa la passai sul web a studiare. Pietro era il terzo figlio di Giovanni e Maria Banni, lui artigiano nella segheria del paese di Brugio e lei pescatrice di fiume.

Su esempio del padre, Giovanni era venuto su antifascista e pure pacifista ed antimilitarista per indole era e quando era stato invitato dai giovani di Brugio a far parte della Resistenza non aveva avuto dubbi: quei ragazzotti, alti e forti come querce, dai visi rubicondi protetti da folte e incolte barbe nere, organizzavano sabotaggi per far deragliare i treni, attivavano incursioni nelle caserme dei carabinieri, pianificavano l’ingresso degli alleati al Nord e aiutavano i partigiani compromessi a fuggire dal Paese. La loro attività divenne così importante che dai nascondigli nelle montagne passarono a rifugiarsi nelle città e i ‘corrieri’ di collegamento tra la fitta rete di squadre divennero di fondamentale importanza. Purtroppo, la copertura di Giovanni saltò, lui venne arrestato e tenuto nella locale scuola subendo interrogatori e torture. Serviva quindi un sostituto, uno che non destasse sospetti e il piccolo Pietro si prestava benissimo allo scopo: le donne e i bambini giravano per strada indisturbati e così Pietro poteva raggiungere i ragazzi nascosti nelle grotte e nelle gallerie lasciate dagli austriaci del Monte Sella, per portare loro cibo, documenti ed armi. Se doveva arrampicarsi su per i sentieri del Passo Sella la mamma gli sistemava i documenti dentro al giubbotto o sotto al maglione ma se la sua corsa doveva restare entro i confini del paese allora prendeva la bicicletta dove i documenti potevano essere trasportati sotto al sellino o dentro il telaio. Dopo aver depositato la merce gliene caricavano addosso altra da riportare al bar del paese che fungeva da quartier generale.

Con questo fardello di storia poggiato sullo stomaco come un polpettone indigesto i pomeriggi seguenti tornai al parco nella speranza di rivedere Pietro: avevo l’opportunità di sapere cosa fosse una guerra direttamente da chi l’aveva vissuta. Rividi Pietro solo la settimana successiva: era di sabato verso le diciotto, arrivai trafelata con una copia de ‘Il casellante’ di Camilleri sotto al braccio e mi piantai a gambe larghe davanti a lui. ‘Buonasera signora, bella lettura’ – mi freddò indicandomi il libro prima che io potessi parlare – ‘Oh, conosce il maestro?’ sentenziai non trovando altro da dire. Lui sollevò le braccia con aria di rassegnazione come a dire, ‘Già, chi non conosce Camilleri?’ Capii che il momento di parlare di storie dolorose era svanito per cui decisa a starmene zitta, con aria affranta, mi diressi all’altro capo della panchina. Non feci in tempo a sedermi che un vociare convulso iniziò ad aleggiare intorno a noi diventando in pochi secondi una vera baraonda di esclamazioni, tra cui riuscii a decifrare solo un ‘Aiuto è scomparsa’. 

Successe tutto in pochi secondi: “Marta, Marta, dove sei? Dai Marta vieni fuori. Marta? MARTA! Aiuto, mia figlia è sparita!” Movimenti da impacciati a sempre più concitati di mamme che giravano in tondo in maniera scomposta, l’arrivo del Vigile di quartiere, il panico tra la folla. Nel turbinio di colori e sagome ebbi la sensazione che il mio vicino di panca stesse per svignarsela, non so perché, ma durò poco perché la sua reazione in realtà fu l’esatto opposto: dopo essersi guardato intorno ed aver assicurato il cane alla panchina, corse in direzione della fontana, tolse scarpe e calze, si arrotolò con cura i pantaloni, scavalcò il bordo e d’un balzo si chinò nell’acqua coperta di foglie da cui, dopo qualche secondo che parve una eternità, sollevò un fagotto grondante. Stese Marta per terra, le appoggiò l’orecchio sulla bocca poi la girò su un fianco dandole dei colpetti energici in mezzo alle scapole. Quel corpicino si scosse in un paio di singulti e dopo avere zampillato dalla bocca una notevole quantità di acqua riprese vita. Approfittando della madre che si era lanciata sulla figlia ritrovata, il mio partigiano si mischiò alla folla accorsa e indietreggiando lesto si dileguò. Sparito, volatilizzato in un puff e con lui anche il cane.

Riuscii a scorgerlo mentre guadagnava l’uscita del parco e una donna gli veniva incontro con passo svelto. Si presero per mano e sparirono nel crepuscolo.

Troppo eccitata ancora per l’accaduto a casa non riuscii a mandare giù nemmeno una fetta della pizza che mi ero preparata la mattina e indossato malamente il pigiama mi buttai sul letto cercando in rete qualche altra informazione che potesse far luce su questa storia. Ma oltre gli articoli pubblicati dal locale giornale ‘L’eco del Veneto’ e che aveva già letto non trovai altro. Decisa a non mollare riascoltai nuovamente tutta la mezzora del podcast. L’intervista risaliva all’inizio del 2022, Pietro aveva compiuto ottant’anni e godeva di ottima salute. Con l’audio che andava nelle cuffie ripresi l’articolo che annunciava la sua morte e, dato che precedentemente mi ero fermata al solo titolo, lessi tutto il contenuto: Pietro insieme alla moglie Annarita erano partiti da Brugio nell’autunno del 2022 alla volta del Venezuela, dove abitavano i fratelli di lei e da quella data non avevano più dato loro notizie né al figlio che abitava a Londra, né ai parenti venezuelani che li attendevano. Con i cellulari che risultavano spenti e la coincidenza di un piccolo aereo per voli interni caduto nelle montagne andine i coniugi vennero dichiarati morti. Tornai all’ascolto: alla fine dell’intervista Pietro raccontava un episodio capitatogli alla fine degli anni Novanta, quando lavorava come dirigente in un’azienda veneta che fabbricava mobili. “Ero uscito sul piazzale della ditta Emeraldi & C. per cui lavoravo ormai da dieci anni. Non mi occupavo della logistica ma mi avevano chiamato perché i mobili che dovevano essere spediti in Polonia non coincidevano con quelli della bolla. L’autista del camion, un uomo ormai vicino alla pensione, mi venne incontro ed appena iniziai a parlare afferrò al volo la mia provenienza. Mi disse che anch’egli era di Brugio ma da trent’anni viveva a Padova. Con una angoscia che mi cresceva nello stomaco chiesi a quell’uomo il suo nome e, alla sua risposta, la rabbia accecò la mia vista e la mia lucidità scomparve. Mi avventai su di lui come una fiera e gli scaricai addosso tutta la mia collera”. Durante il conflitto mondiale l’uomo era stato il capitano Marchesini, il fascista che aveva dato l’ordine di arrestare il padre di Pietro e che lo aveva torturato personalmente nelle stanze della scuola. Pietro continuò: “Un rancore a lungo sopito mi era esploso come lava da un vulcano. Ma quando mi staccarono da quell’uomo, che restava immobile a terra con il volto coperto di sangue, la vergogna mi assalì: avevo vendicato con la violenza un uomo che alle umiliazioni ed alle sofferenze fisiche aveva risposto con l’autocontrollo e che qualche giorno dopo la liberazione del 25 aprile aveva caricato su una Balilla e portato in ospedale un fascista ferito. Sentivo di aver deluso mio padre ed infangato la memoria di un partigiano che aveva lottato senza mai alzare una mano su chicchessia. Fuggii via e non tornai mai più al lavoro”.  

il pomeriggio successivo mi affrettai ad andare al parco ma di Pietro nessuna traccia. Percorsi i viali guardando tutti gli uomini che incrociavo e tutti quelli seduti sulle panchine fin quando esausta arrivai alla mia panchina e mi lasciai cadere per la stanchezza e la delusione di non aver chiuso una vicenda che meritava di essere raccontata. Come per abitudine girai la testa verso destra, come dovessi salutare Pietro e, annodato alla spalliera della panchina, notai un piccolo sacchetto che ondeggiava alla brezza primaverile. Mi avventai su quell’oggetto e, come speravo, dentro vi trovai un foglio di colore viola ripiegato a fisarmonica. ‘Carissima – recitava il testo – so chi è lei. So che mi ha studiato per tutto questo tempo e che l’altro giorno, prima che la bambina cadesse nella fontana, lei mi aveva cercato per interrogarmi, per sapere.  

Dopo la liberazione dell’Italia dai Nazisti, io bimbetto di undici anni, avevo nel cuore solo la speranza che dall’indomani la nostra vita sarebbe tornata com’era prima della guerra. E invece così non fu perché le violenze che si susseguirono in quei mesi mi tolsero la fiducia negli uomini: la terra era rossa del sangue versato da fascisti e partigiani che, ormai alla fine della guerra, si lasciarono andare a vendette feroci ed inutili. Dopo l’episodio del capitano Marchesini rassegnai le dimissioni; con la mia liquidazione acquistammo un pezzo di vigna nella bassa Liguria, che avevamo adocchiato l’anno precedente quando vi eravamo stati in vacanza, e vivemmo della mia pensione e dei lavoretti di sartoria di mia moglie. Ma questa pace durò poco perché lo scorso anno alla fine dell’estate venni contattato dai parenti del capitano Marchesini che mi implorarono di perdonare le nefandezze del loro padre in fin di vita per una forma aggressiva di leucemia. Gli diedi la mia sincera pietà ma volevo rompere qualsiasi legame con quel passato. E così con mia moglie decidemmo di trasferirci in Venezuela per trascorrere in quel luogo lontano i giorni che ci restavano da vivere. La settimana prima della partenza la passammo dentro casa a consumare le scorte alimentari che avevamo stipato dentro al freezer per il periodo invernale ormai alle porte e così, non vedendoci più in giro e pensando fossimo già in Venezuela, i nostri concittadini, appresa la notizia dell’incidente aereo sulle Ande, diedero per scontato che la nostra vita fosse finita su quel volo. Sul giornale locale e per le strade i necrologi proclamavano la nostra morte. Meglio così, circostanze favorevoli avevano risolto la situazione. Dopo avere avvisato mio figlio partimmo quella stessa notte con l’auto e in qualche ora raggiungemmo il nostro casolare in Liguria dove siamo rimasti fino a qualche mese fa quando siamo dovuti venire qui perché mia moglie sta facendo i conti con un tardivo e fastidioso carcinoma.

Se si sta chiedendo perché ho deciso di raccontarle tutto questo le rispondo che non è certamente perché voglio che la verità venga resa pubblica: al contrario se questo dovesse accadere capisce bene che la nostra serenità sarebbe persa, per sempre. Dal canto suo so che un articolo così le darebbe un gran lustro e il suo redattore le affiderebbe finalmente la rubrica ‘Personaggi che hanno fatto la storia’ invece di farle compilare elenchi di cittadini multati o morti. Quindi, se decidesse di far uscire l’articolo sul giornale per cui scrive, stia tranquilla la capirei. Quello che io credo invece è che lei sia più interessata a sapere cosa sia stata la guerra per chi l’ha vissuta sulla pelle, cosa voglia dire essere stati degli ingenui fantocci nelle mani di insensati, crudeli burattinai; lei brama di conoscere chi erano i buoni e chi invece uccideva, torturava, abusava, chi è uscito vincitore e chi ha subito. Ma la giustizia in una guerra non sta tutta da una parte; per chi vive una guerra sulla pelle non c’è tregua alla paura, al dolore fisico e dell’anima, allo sconforto, al terrore costante di restare ingabbiati nell’odio che scaturisce dall’odio e ne genera altro ancora e ancora finché si perde l’essenza di esseri umani. Ecco io mi commuovo ancora al pensiero di mio padre che con grande coraggio e coerenza riuscì a restare fedele ai suoi principi di giustizia e umanità”.

Un anno è trascorso ed è di nuovo primavera. Io ed il mio amico partigiano sediamo sempre alla stessa panchina ed i nostri cani sono diventati amici. A volte lui mi racconta di qualcuno di quegli eroi che hanno sacrificato la loro vita per difendere la Patria; mi confida dell’amore di sua madre e del fratello che fu barattato con la vita del papà e in questo modo esorcizza la sofferenza che porta dentro. Io lascio che le sue parole scorrano sui miei timpani. A volte un pensiero mi sorride malizioso, ma io ho promesso: i suoi ricordi saranno custoditi solo dalla mia memoria. E nel mio cuore.

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Io e Clelia

Agosto 2023

        Diritta in piedi sulla Piazza, aggrappata al mio zaino ormai vuoto che mi ostino a portare sulle spalle, come la lumaca che si porta addosso la sua casa, fisso inebetita quei portici che per tre anni sono stati la mia casa, mia e di Clelia la mia compagna di strada incontrata alla stazione nord di Catania: sotto ai portici, nascosti nell’incavo del portone degli ex uffici della Sip, tre letti distesi uno accanto all’altro sono stati tutto il nostro mondo. Il mio sacco letto al centro tra quello di Clelia a sinistra e quello vuoto a destra, ravvivato dal mio piumone di bambina a larghi quadri rosa e gialli, l’ho amato, come si può amare un sacco da ‘barbona’ che rappresenta l’unico legame con un passato che, strano ad immaginarlo ora, c’è stato per davvero; un passato da donna borghese con una casa ed un marito, una vita troppo impegnata e frettolosa per accorgermi dei tanti segnali di tradimento che lui si portava addosso dal lavoro.

Mario rientrava alle sette del mattino dopo le serate in discoteca dove faceva il buttafuori quando io uscivo dalla mia casa per recarmi in quella degli altri a fare la domestica ad ore o la badante. Ci incontravamo in corridoio lui diretto verso la camera da letto, già mezzo addormentato, ed io verso la porta d’uscita. “Niente figli”, mise in chiaro Mario appena il giorno dopo il matrimonio, “Così saremo liberi di fare ciò vogliamo”. Finché un giorno, lui decise che io ero diventata troppo noiosa e così, con un post-it sul frigorifero mi comunicò che andava dall’altra parte del mondo per iniziare una nuova vita più stimolante: ‘Raggiungo Ugo a New York. Non cercarmi per favore. Ah, mi hai fatto un piccolo prestito!’. Dal conto in comune aveva trafugato i diecimila euro che con tanta fatica avevo messo da parte. Nonostante nelle settimane a seguire mi ripetevo che sarei riuscita ad andare avanti era chiaro da subito che da sola non ce l’avrei fatta a pagarmi affitto e bollette e così, il venti novembre del 2019, senza nemmeno un centesimo in mano – anche mio padre mi aveva depredato del piccolo patrimonio immobiliare della mamma giocandoselo a carte – mi ritrovai per strada.

 

 

Descrivere la tempesta di pensieri che mi sconvolse la mente nei mesi durante i quali cercai di salvarmi la vita è assolutamente impossibile: correvo da un ufficio all’altro in cerca di un lavoro stabile con il quale garantire un affitto, alla ricerca di un sussidio, di un aiuto dallo Stato. Bussai a mille porte ma da nessuno ebbi risposta. ‘Vada nei centri di accoglienza per le donne’ mi dicevano ‘vedrà che un letto ed un pasto per lei ce l’hanno’. Ma non avevo figli, non ero vittima di violenze domestiche e pertanto nessuno poteva ospitarmi. Clelia la incontrai in zona stazione, seduta su una delle panchine che costeggiano la strada sopraelevata che corre tra i binari ed il mare che la gente del posto chiama ‘U’ passiaturi’ ovvero ‘La Passeggiata alla Marina’. Tra i passanti affaccendati ed i turisti che vi transitavano lei non aveva proprio l’aria di una intenta a ingannare il proprio tempo libero. Stava seduta con le gambe incrociate, lo sguardo perso sull’orizzonte e sembrava molto sporca. «Posso?» le chiesi «No» mi rispose. «Sono una barbona» aggiunse. Così iniziò il nostro sodalizio.

‘Carini vero?’ dico a Clelia per smorzare l’angoscia che ci toglie il fiato – ‘Si sto cazzo’- mi risponde lei. È arrabbiata, anche più di me, sia perché prima di incontrarci, per poter mangiare, era stata costretta a battere ma anche perché quella fragile serenità che ci eravamo costruite e che ci aveva permesso di vivere per la strada accantonando il terrore costante di essere violentate, bruciate o avvelenate, in un attimo era scomparsa. Eravamo ripiombate indietro di tre anni quando per mesi la notte restavamo sveglie, strette l’una all’altra con gli occhi sbarrati, aspettando con ansia la luce del giorno.

Questi giacigli non li spostiamo mai per non dare nell’occhio: di giorno non possiamo stare lì ma quando il buio avvolge le strade riportando la gente nelle proprie case noi facciamo ritorno nella nostra. Sullo stesso marciapiedi, a circa trenta passi da noi, c’è l’ingresso del Jolly Hotel. I clienti che vi transitano sono istruiti dal personale dell’albergo ad ignorarci e a tollerarci: gli dicono che mai ci avvicineremo loro o toccheremo le loro cose e che non siamo pericolose e così loro nemmeno ci guardano.

La panchina su cui staziono durante il giorno si trova sulla piazza Nettuno proprio dirimpetto ai nostri sacchi, dietro un Ficus che ha un tronco così grande, rami nodosi che scendono giù come liane e fogliame talmente fitto e sempre verde che posso stare lì per ore ad osservare la gente che passeggia senza essere notata. A parte andare al centro Caritas per due pasti al giorno e un paio di volte la settimana per la doccia, quando il lavoro di ‘osservatrice’ mi annoia mi spingo fino all’altra parte della piazza dove c’è una stazione dei Carabinieri e, nascosta dentro ad una cabina telefonica che sembra essere stata dimenticata, osservo quella piccola comunità composta da sei militari. Fanno il cambio turno la mattina a mezzogiorno e la sera alle venti e ascoltando le loro chiacchere quando nel cortile si scambiano convenevoli ed aggiornamenti ed intercettando le conversazioni che provengono dagli uffici ho imparato tanto sul mondo militare: anche perché, con tutte le temperature dell’anno, il Maresciallo G. lascia aperta la finestra dell’ufficio denunce. Una mattina di caldo torrido dalla finestra giunse una voce di donna che denunciava una violenza: il suo interlocutore le diceva ‘Non abbia paura e si fidi di me’. Il tono di voce, mellifluo e malizioso, che il Carabiniere usò con la donna mi terrorizzarono al punto che saltai come una molla fuori dalla cabina proprio nell’istante in cui il Maresciallo G. stava chiudendo i battenti. La sensazione che lui mi avesse notata mi fu confermata dai fatti che accaddero nei giorni a seguire.

La settimana scorsa, erano quasi le nove di sera, dai nostri sacchi notai un luccichio, come un lampo, provenire dalla mia panchina quella dietro il Ficus gigante. Subito dopo un uomo, viso coperto da un cappello con visiera ed ampio cappotto si mosse velocemente verso l’esterno della piazza: il leggero dondolio del suo incedere mi fece pensare al Maresciallo G. che con i colleghi lamentava sempre un dolore all’anca, ‘dovuto ad una vecchia ferita causata da una pallottola vacante, durante uno scontro a fuoco’.

Scacciai quella ipotesi troppo azzardata e mi concentrai sul lampo che immaginai essere stato il flash di un cellulare usato in modalità fotografia. Quella notte io e Clelia non dormimmo ed i giorni seguenti restammo con i nervi tesi ad osservare la piazza. Da quella sera però non ci furono altri movimenti: vistosi scoperto, l’uomo che ci spiava chissà da quanti giorni, aveva dovuto interrompere i suoi appostamenti.

Ieri mattina al nostro risveglio, sul sacco a pelo vuoto, c’era un biglietto insieme ad una foto che ci ritraeva sedute sui nostri piumoni intente a giocare a carte: «Io posso aiutarvi e vi porterò via di qua al più presto – diceva il biglietto – Non abbiate paura e fidatevi di me!»  Quella frase confermò i miei sospetti.

 

                Io e Clelia in piedi sulla nostra Piazza guardiamo i nostri letti con terrore: quel rifugio che avevamo eletto a nostra fortezza andava lasciato di fretta ed io e la mia amica venivamo catapultate di nuovo verso l’ignoto. Un odio profondo e selvaggio per quell’uomo corrotto che aveva distrutto il nostro fragile equilibrio annebbiava le nostre menti.

A due chilometri dal centro c’è l’Ospizio del Buon Pastore gestito da qualche tipo di suora, ci ha informato Mario il portiere del Jolly Hotel. «Andateci, accolgono le donne in difficoltà». Perché questo siamo noi, donne in grave difficoltà che senza un riparo hanno pochissime probabilità di sopravvivere. C’era voluta la follia di un maniaco a farci prendere coscienza della nostra condizione per spingerci a cambiare il nostro destino? Con questa domanda che ci rimbombava dentro ci guardammo con gli occhi pieni di lacrime: almeno, non saremmo più state sole.

 

COMPAGNE DI SCUOLA

Febbraio 2021

Un incontro casuale, un quartiere ‘a luci rosse’, un esperimento commerciale diventato ospizio per gli emarginati; una ‘carabiniera’ con un passato travagliato ed un omicidio che porta alla luce una esistenza dolorosa. 

        Quella sera non toccava a me il turno di notte. Ero stata in stazione lo scorso sabato e quella notte ci doveva essere il Rapicavoli a proteggere la città da malandrini e schizzati ma, come capitava spesso,  il sabato sera il Maresciallo Capo Rapicavoli aveva sempre qualcosa che lo tratteneva a casa: o era un’otite o era la nonna in fin di vita, fatto sta che spesso si defilava.

La chiamata arrivò in centrale verso le ventidue. Organizzammo due pattuglie e in mezz’ora arrivammo sul posto. Io in macchina con il mio Appuntato Scelto Carolina Incardona: ogni volta che salgo in auto con lei invecchio di un anno e le giuro di spedirla alla viabilità. Ma poi mi promette che proverà a guidare con prudenza ed io dimentico. Siamo ritornate a Catania insieme, siamo quasi coetanee ed entrambe zitelle. In pratica siamo una coppia di fatto e mi sa che oramai ci tocca restare insieme.

Giulia la trovammo per terra, attorniata da escrementi di gatti e resti di cibo rinsecchito, segno che era lì già da qualche giorno: un sacco floscio, nuda con addosso solo gli slip, il petto poggiato sulle cosce e le braccia ripiegate all’interno. Doveva essersi inginocchiata forse per chiedere pietà al suo carnefice, quando un colpo violento le aveva frantumato il cranio.

Giulia è un nome di comodo che le diedi io per redigere il verbale dato che la ragazza non aveva documenti con sé. Avrà avuto circa vent’anni e probabilmente proveniva dalla Bielorussia. Dopo averla distesa sulla portantina di ferro scoprimmo che aveva la gamba destra visibilmente più corta della sinistra – disabilità questa che le impediva di avere prestazioni ottimali con i clienti – e dopo l’ennesima sfuriata il suo pappone aveva deciso di farla fuori definitivamente: un’irregolare che non rende non si può lasciare libera, non può più tornare a casa e quindi bisogna eliminarla. Con questa ipotesi chiusi il rapporto relativo al ritrovamento del cadavere di una giovane donna in una zona commerciale di Catania ormai da tempo abbandonata.

Nel quartiere San Berillo, centro storico della città di Catania, c’è un groviglio di vicoli ciechi, bui e maleodoranti di piscio e spazzatura in cui i disgraziati che ci vivono per campare commerciano del proprio corpo tanto che quella zona viene impropriamente chiamata “quartiere dell’amore”. Qui le case sono per la maggior parte un’unica stanza senza arredo, né luce, né finestre o acqua corrente con dentro una occupante abusiva che fa un servizio in piedi frettoloso e a basso costo.

Una di queste strade, chiamata via Fondaco Bianco, finisce in uno slargo in cui svetta lo scheletro di un grande capannone di cui sono rimasti in piedi solo quattro pilastri di cemento coperti per metà da pannelli di lamiera e per metà dalla benevolenza del cielo. Costruito nei primi anni 80, per dieci anni aveva ospitato un primo esperimento di centro commerciale che da subito aveva avuto un discreto successo. Poi la crisi economica nel 2000 aveva costretto gli esercenti a chiudere in tutta fretta i negozi ed abbandonare la struttura. L’usura e gli eventi atmosferici ruppero i vetri delle finestre, divelsero le porte e scoperchiarono il tetto; il vandalismo di teppisti e reietti completò l’opera. Ad usufruire di quel che restava del capannone ora erano clochard, clandestini, divorziati sfrattati dal proprio domicilio, drogati, alcolizzati e prostitute senza un alloggio. Una volta la settimana c’era una retata: ripulivamo quel posto che, appena giravamo l’angolo, tornava a ripopolarsi.

Non so perché, ma la posizione in cui trovammo la ragazza mi riportò alla mente quando ogni mattina prima delle lezioni, insacchettate nelle nostre belle divise di poliestere nero, andavamo in chiesa per un saluto al cielo e ai suoi abitanti. Se non ci andavamo la Madonna si arrabbiava e poi ci puniva facendo comparire sul nostro adolescenziale corpo antiestetici, mostruosi difetti: queste erano le minacce di cui le monache si servivano per piegarci all’obbedienza. Inginocchiate sui banchi di legno a ripetere un mantra cantilenante e soporifero, ci alzavamo con le ginocchia segnate dal dolore.

 

 «Maresciallo Serena, venite presto» – «Appuntato Incardona quante volte ti ho detto che non devi chiamarmi così. Maresciallo Rizzotti mi devi chiamare, hai capito? Che c’è?»  Appoggiata ad uno dei pilastri di cemento, con la testa mi invitava ad andare a vedere: dietro quella colonna fatiscente si apriva un enorme spazio attiguo alla zona in cui avevamo trovato la clandestina cadavere. Con l’ausilio di tende appese ad una rete di fili metallici che correvano da un pilastro all’altro, quello stanzone era stato diviso in tante piccole camere. Queste cellette, con dentro un materasso o un groviglio di coperte come giaciglio, una scatola di cartone che fungeva da comodino ed un secchio come gabinetto, raccontavano di fughe dalla patria, di soprusi, di dolore e sconfitte.

Rovistando quel luogo alla ricerca dell’oggetto che aveva ferito mortalmente la ragazza, notai una foto appesa all’interno di una tenda con una spilla a balia: raffigurava il prospetto principale del collegio ̔Le pie figlie di Gesù̕  e sopra, con un pennarello rosso, ci stava scritto ̔Licenza liceale 1990̕̕.  A fare da comodino qui c’era uno stipetto di metallo, di quelli che di solito si appendono in cucina, che conferiva a quel posto un’atmosfera di casa. Aprii lo sportello, dentro c’erano altre foto. Le presi e iniziai a sfogliarle già con un brutto presentimento: alla terza foto, infatti, per poco non caddi a terra. Mi ritrovai seduta dentro la macchina di servizio con l’Appuntato Incardona che mi fissava mentre addentava un panino generosamente imbottito di mortadella. «Marescià, che posso farci, a me gli spaventi mi mettono appetito. Ma che vi è successo? Avete trovato qualche indizio importante?» – mi chiese in tono sospettoso. Sviai la sua domanda farfugliando qualcosa per non dirle che in una di quelle foto c’ero io insieme alle mie compagne di liceo nell’ultimo anno della maturità.

         Tornando in ufficio, appesa alla maniglia di sicurezza mentre la Incardona attraversava la città semideserta con la velocità da Formula Uno, ricordai che un paio di mesi addietro il mio Appuntato Scelto mi aveva lasciato sulla scrivania una busta color giallo paglierino, di quelle che si usano per comunicare la partecipazione ad un matrimonio e, pensando fosse niente di importante, l’avevo gettata nel cassetto.

Arrivata in ufficio, aprii il cassetto e ne estrassi la busta: dentro c’era una lettera scritta di pugno con grafia incerta «Cara Serena, l’altra sera ti ho vista in televisione al telegiornale delle venti che parlavi del ritrovamento della bambina scomparsa nel bosco di Grappidà. Che brava che sei e quanto sei bella, così decisa, così forte. Anche io ho una bella vita sai? Ho un marito che mi mantiene e poi sono libera di andare dove voglio! Ecco, volevo solo farti sapere che sono orgogliosa di essere stata tua amica. La tua compagna di classe Linda Borboni”.

La chiamavamo tutti Paperina perché con quelle sue lunghe braccia ad ogni passo urtava qualcosa o menava involontariamente qualcuno. Di lei sapevo solo che dopo il diploma si era sposata e non aveva fatto la maestra come tutte le altre. D’altro canto, io sapevo ben poco anche di tutte le altre compagne di liceo dato che avevo deciso di disertare le riunioni che puntualmente si organizzavano per festeggiare l’anniversario del diploma. A chi poteva interessare la vita di una militare che anziché un uomo aveva sposato il suo lavoro, che al posto dei figli aveva adottato un cane, che all’occorrenza era la sua confidente, che il sabato sera non andava in pizzeria ma sveniva sul letto, sempre se non era di turno. E che se mi avessero chiesto, Cosa hai fatto dopo il diploma, avrei dovuto rispondere che avevo lottato per liberarmi da un amore malato, che per dieci anni avevo vissuto lontana dalla mia odiata Terronia e che vi avevo fatto ritorno solo dopo essermi affrancata da una vita di lacrime e paura.

 

            Quella lettera non mi convinceva: perché una che non vedevo da trent’anni all’improvviso sentiva il bisogno di farmi sapere che il marito era un brav’uomo? Questo per un investigatore significava l’opposto e cioè che Linda libera non lo era per niente. Dopo una notte agitata mi alzai quando il sole aveva appena iniziato ad imporporare il mare. Entrai in veranda ed accesi la televisione, quasi avessi un presentimento. Prima notizia del telegiornale locale, mega retata dei colleghi della stazione San Berillo nel  ̔quartiere dell’amore̕. I militari dovevano essere arrivati lì appena noi avevamo lasciato di fretta quel luogo a causa del mio malore.

Mentre il giornalista Forzuso raccontava i fatti, le immagini sullo schermo mostravano i colleghi che nettavano quel luogo portando via spazzatura umana. Dietro quel movimento di anime che venivano traghettate verso porti più sicuri, mi colpì la figura di una donna che, immobile sul suo materasso, cercava di rendersi invisibile rannicchiandosi sotto una coperta. Impossibile non notare accanto a lei lo stipetto di ferro in cui avevo trovato la mia foto. Altro che marito compassionevole – pensai – ecco dove ti ha portato la sua magnanimità. – «Incardona, muoviti, vieni a prendermi. Ti aspetto sotto casa» – le urlai mentre mi precipitavo dalle scale con le scarpe messe a metà.

Arrivammo in via Fondaco Bianco che era ancora deserta così come il capannone. Poi un rumore di secchio di latta rovesciato e passi di corsa sul selciato amplificati dalla cenere vulcanica che lo ricopriva abbondantemente. «Altolà. Fermo là» – intimò Incardona. Nel fascio di luce da duemila lumen apparvero un paio di occhi nocciola che brillavano su un viso color della notte. In cambio della libertà quel ragazzo mi disse alcune cose sulla donna che cercavo: che stava in quel capannone da due anni per nascondersi dal marito violento e drogato, che era benvoluta perché aveva una parola di conforto per tutti e che per mangiare non si prostituiva ma vuotava i secchi e faceva le pulizie negli stanzini. 

Ero confusa e sbigottita: come aveva potuto una ragazza della borghesia bene degli anni 80, figlia di una Catania conformista e bigotta finire in un posto così lontano da quella realtà? 

Qualche ora dopo, mentre lasciavo il Tribunale dove avevo assistito all’ultima sentenza che condannava il mio ex compagno a cinque anni di carcere per violenza domestica, ricevetti una telefonata da Incardona: «Marescià, ci hanno chiamato dal capannone. Hanno trovato una donna appesa al tetto. Ha usato ̔quello̕ stipetto metallico per appendersi al filo di ferro…» – «Ma porca miseria, neanche il tempo di capire come tirarla fuori da quell’inferno ho avuto?» – urlai – «Maresciallo, non mi avete fatto finire: la donna viene dallo Sri Lanka».

Tirai un sospiro di sollievo: se quella poveretta penzoloni fosse stata Linda non me lo sarei mai perdonato. Passai oltre la mia auto e inizia a camminare velocemente senza meta: quella giornata non sarei andata in ufficio, dovevo pianificare la salvezza di una povera anima che era rimasta intrappolata nelle pieghe della vita. 

                    

La mia amica zanzara.

Marzo 2021 

Le violenze e le prevaricazioni hanno tante facce e modi diversi di palesarsi: un violento si nasconde anche dietro ad una cattedra universitaria e una arrogante erudizione. Quando la cultura serve a mascherare la misoginia.

             Maledetta zanzara. E’ venuta a ronzarmi sulla faccia che avevo preso finalmente sonno e quando ha cercato di pungermi, per cacciarla, mi sono data un pugno sul naso. Così, ormai completamente sveglia e intronata per la botta in faccia, mi son seduta sul  sul letto e ho iniziato a pensare. 

Penso che io dalle zanzare ho sempre dovuto difendermi fin da piccola quando, a provocarmi le allergie pericolose, non erano le punture delle vespe bensì quelle delle zanzare, tanto che mia madre girava con il cortisone in borsa per salvarmi la vita.

              Da Alberto invece non sono riuscita a difendermi. Alberto è stato il mio compagno per un anno. Era professore di Storia della Letteratura Italiana, la materia che avevo scelto per la tesi di laurea della facoltà di Lettere classiche e con la scusa di controllare il materiale che avevo raccolto o correggere i capitoli che avevo scritto, entrava nelle aule in cui seguivo le lezioni o piombava in biblioteca creandomi enorme imbarazzo. Quando mi chiese di uscire una sera a cena capii che mi faceva la corte. Non ne ero innamorata ma mi attraeva la sua grande erudizione e quell’aspetto arrogante e sicuro di chi sa di aver raggiunto una posizione di prestigio: «Sono un uomo di cultura. Tanto studio e severa applicazione hanno fatto di me ciò che sono» – si pavoneggiava dalla sua cattedra.

              Così un giorno capitolai. Andammo a vivere nel mio piccolo appartamento di studentessa e una volta accasato Alberto smise i panni del professore colto e galante e mostrò la sua vera natura: iniziò a criticare il mio aspetto, il mio modo di camminare, di vestirmi, persino di mangiare. Le nostre brillanti discussioni sulla letteratura, sulla cronaca, i dibattiti sui libri che leggevamo divennero squilibrate: a suo dire il mio sapere era lacunoso, non studiavo abbastanza, non approfondivo e quel poco che leggevo lo capivo a modo mio. «Mi stupisco di come tu sia arrivata alla soglia della laurea. Perfino le zanzare, che tanto detesti, sono più brillanti di te!» – mi urlò un giorno. Era così convincente ed io così plasmata dalle sue chiacchere che credetti per davvero di essere come lui mi dipingeva: una stupida ignorante. Certo non era chiaro in che modo dovessi elevarmi al suo livello se poi mi impose anche di lasciare gli studi. «Non sta bene che la mia amante frequenti le mie lezioni. E comunque non hai bisogno di seguire altri insegnanti se hai me che, da solo, posso darti tutta la conoscenza che ti serve».  Anche la mia tesi, mi disse un giorno, faceva schifo: pertanto mollai anche quella.

 

  

          Poi venne la mia malattia. Alberto mi compativa ma non mi accompagnava mai in ospedale; diceva che la sofferenza era la morte di tutte le cose belle. Quando le cure da sole non ce la fecero, per darmi una speranza mi tolsero un rene. Alberto smise di elargirmi le sue quotidiane perle di cultura ed iniziò a vivere fuori casa frequentando noti locali notturni in compagnia di altre donne e molti uomini.

Un afoso pomeriggio estivo Alberto mi portò dai suoi genitori a Vaccarizzo, località balneare che negli anni Trenta era stata trasformata da zona paludosa in una serie di lotti su cui, tanta grassa borghesia catanese, aveva edificato abusive quanto orribili abitazioni. Ovviamente quel luogo pullulava di zanzare che, nemmeno scesi dall’auto, mi riempirono di punture facendomi gonfiare il viso. Ad accompagnarmi al più vicino pronto soccorso non fu Alberto ma suo padre: «Stai attenta a mio figlio, Laura – mi disse mentre attendevo che il mio codice rosso venisse chiamato – Il suo egocentrismo patologico, la sua saccenza perversa sono tossici. Alberto cercherà di distruggere la tua identità per ricrearla a sua immagine. Sua madre ha fatto lo stesso con me».

Non so se sia stato quell’avvertimento a farmi risvegliare fatto sta che quando la mattina dopo Alberto bussò alla porta, convinto di rientrare a casa dopo l’ennesima notte di bagordi, lo lasciai sul pianerottolo: avevo fatto cambiare la serratura sbattendolo così per sempre fuori dalla mia vita. All’illustre Professor Alberto Barone uno scandalo non conveniva, così non venne più né mi chiamò mai.

Ancora oggi non mi spiego come mai tra tante allieve che gli morivano dietro, Alberto avesse scelto proprio me: io che in famiglia ero stata addestrata ad essere forte e indipendente e lo mostravo con tutto il mio essere, io che odiavo lo stereotipo di donna sottomessa, io che per diventare giornalista avevo disubbidito a mio padre che voleva che studiassi legge per entrare nel suo studio legale avevo permesso ad un folle di dirmi chi ero e chi avrei dovuto essere.

             La mia pericolosa amica mi ronza ancora intorno. BZZ, bzz, bzzz, mi sta dicendo che sono stata coraggiosa a lasciare Alberto e che è stato solo per debolezza se per un anno della mia vita sono stata in balia dell’uomo sbagliato. Mi rammenta anche che io ho sempre avuto una gran testa e che le mie capacità intellettive sono le stesse di un anno prima, tanto che la prossima settimana discuterò la mia tesi di laurea.

Mentre applico sulla puntura una pomata che scongiuri la mia subitanea morte guardo con riconoscenza l’artefice di quella puntura: in fondo è grazie alla sua sveglia se stanotte mi sono chiarita le idee ed ho fatto pace con me stessa. 

 

 

5 risposte

  1. Paola i tre racconti sono coinvolgenti, ho letto con pathos le tre storie. Hai una scrittura fresca e lineare. Descrivi luoghi, persone e sentimenti facendo vivere le emozioni delle protagoniste.
    Spero di leggere presto altri racconti o ancora meglio un romanzo.

    1. Sul romanzo ci medito da tempo: c’è l’idea, la trama, i personaggi e anche la paura di fallire certamente 😄. Il tempo a disposizione per la scrittura è poco perchè, lo sai perfettamente, la priorità si dà all’essenziale e tutto il resto viene sempre dopo. Comunque altri racconti arriveranno a breve 😉. Grazie per il tuo incoraggiamento e l’apprezzamento dei miei racconti: ognuno di essi è parte della mia vita.

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